«Qui in questo quartiere, nella piccola strada a fianco, il nido ha costruito una piccola pernice» – Canzone tradizionale di Corfù

La rivolta del Dicembre 2008 e poi il «movimento delle piazze» nell’estate del 2011 ha spalancato la porta per le forme di organizzazione e lotta codificate come assemblee di quartiere. Stiamo parlando di procedure collettive e aperte di carattere autorganizzato che hanno cercato di territorializzare il proprio intervento politico a livello di quartiere in modo stabile e pubblico. Qui, ovviamente, non cercheremo di scrivere la storia o esporre la genealogia delle assemblee di quartiere ad Atene, né presentare tutti i loro contenuti politici in 4000 parole. Il nostro obiettivo è di analizzare la posizione delle assemblee di quartiere nel ciclo di lotte contro la svalutazione del lavoro e delle nostre vite in tempi di crisi e ristrutturazione capitalista. In breve, cerchiamo di discernere quali siano le posizioni delle assemblee di quartiere nel corso degli ultimi anni riguardanti le istanze che sono state poste dalle conseguenze immediate della crisi/ristrutturazione nei campi della riproduzione sociale e del rapporto di sfruttamento.

A questo punto, devo evidenziare il punto di vista di questo mio testo. In primo luogo, la mia prospettiva è quella del coinvolgimento personale e dell’impegno nei progetti di quartiere per circa 6 anni. In secondo luogo, sto scrivendo con la disposizione di riflettere sul ciclo di lotte che ha interessato le assemblee di quartiere. Ed in terzo luogo, voglio contribuire ad una strategia per le lottte a venire. Tutto ciò comporta due punti centrali. Che ogni critica espressa in questo testo è anche, fino a un certo punto, un’autocritica. E che questo testo è scritto, in definitiva, dal punto di vista della reale difesa delle assemblee e del tentativo di investigare i loro limiti e possibilità come forme territorializzate di organizzazione e lotta.

Esaminiamo, in principio, ciò che intendiamo parlando di campi di riproduzione sociale e sfruttamento. E’ risaputo e direttamente esperito da chiunque che la classe degli sfruttati non si riproduce meramente tramite il salario come remunerazione per il proprio lavoro. La nostra riproduzione sociale – cioé, tagliando con l’accetta, essere in grado di sopravvivere quotidianamente come soggetti sociali – ha un costo che dipende sia dal salario diretto (cioé dal denaro disponibile per pagare affitto, cibo, svago, ecc.) che dal salario indiretto che riceviamo dal governo sotto forma di agevolazioni e servizi (come l’assistenza, l’istruzione, sussidi, ferie pagate, trasporti, ecc.). Il nostro livello di riproduzione sociale è la risposta alla domanda «come tiriamo avanti?» a quali siano i nostri bisogni e come soddisfarli. Storicamente, a questa domanda viene data di volta in volta una risposta da cosa pretendiamo e cosa otteniamo nei campi del salario diretto ed indiretto. Dagli inizi, la crisi presenta importanti conseguenze per la nostra riproduzione quotidiana. In breve, il capitale ci obbliga a vivere con meno mezzi (in termini di denaro e sussidi) rispetto a quanto ci siamo abituati. A quel livello, le assemblee di quartiere hanno fornito delle lotte che hanno direttamente toccato il modo in cui soddisfiamo collettivamente i nostri bisogni dentro l’ambiente soffocante della crisi, rispetto alla quale parleremo più nel dettaglio successivamente.

Se abbiamo dato una definizione comprensiva ed astratta delle assemblee di quartiere, diremmo che sono forme di attività proletaria organizzata e territorializzata. Ad un secondo livello, sono anche piccole ma importanti stazioni di ricomposizione di classe in termini di lotta. Lasciate che ci spieghiamo. Sosteniamo che, oltre al contenuto politico individuale, le assemblee sono forme di organizzazione e lotta degli sfruttati/oppressi per soddisfare i propri bisogni a livello locale in condizioni di ristrutturazione capitalista. Ciò significa, riepilogando, che hanno sollevato lotte su istanze immediate e pressanti per il mondo di sotto negli ultimi 5-6 anni, dalla tassa di proprietà elettrica e dai ticket ospedalieri e per la mobilità al ritiro dei licenziamenti, alla rivendicazione degli interessi maturati, alla questione del cibo e del blocco dello sfruttamento capitalista degli spazi pubblici. In aggiunta, le assemblee hanno costruito nuovi tempi e spazi nei quartieri in cui soggetti più o meno separati l’uno dall’altro – o quantomeno non assieme in precedenza dentro processi collettivi comuni (lavoratori, disoccupati, studenti, casalinghe, pensionati) – si sono incontrati vicendevolmente ed hanno socializzato in termini di condivisione e di lotta.

Tutto ciò non significa ovviamente che queste procedure si definiscano espressamente come tali, cioé come forme di attività proletaria e ricomposizione di classe. Per quanto ne sappia questo non è accaduto in nessuna assemblea di quartiere. Dunque qui viene sollevata la questione della modalità in cui analizziamo ciò a cui partecipiamo. Marx ha scritto che non possiamo giudicare una persona dall’opinione che ha di sé; quindi non possiamo giudicare una tale epoca di sovversione dalla consapevolezza che essa ha di sé. Aggiungeremmo inoltre che non possiamo giudicare una persona da cosa dice ma (principalmente) da ciò che fa. Quindi questo è il punto da dove partiamo, l’atto stesso. Raggiungiamo le conclusioni di cui sopra dalla nostra esperienza e partecipazione alle lotte (ciò che facciamo e come lo facciamo), ma anche dalla composizione sociale e di classe delle lotte (del chi siamo, uomini e donne). Quindi questa è un’interpretazione politica e non descrittiva, che è allo stesso tempo una proposta politica per l’analisi e per l’azione. In breve, non consideriamo le mobilitazioni effettuate dalle assemblee semplicemente come «intervento politico» ma come lotte di classe con i loro specifici contesti, contraddizioni e limiti. Inoltre, non ci rivolgiamo ai partecipanti semplicemente come «residenti» (persino quelli politicizzati), ma come vive comunità di lotta degli sfruttati che creano relazioni sociali tra di loro. Ciò vuol dire che non dovremmo prestare attenzione a quanto le persone dicono di loro stesse? In nessun caso. Ma dobbiamo tenere in mente che ciò che dicono, seppure importante, non è né una definizione ultima né necessariamente riflette ciò che sta avvenendo nella realtà. Per essere più precisi, il modo in cui una persona parla riguardo a quanto stia facendo non è che un momento in un processo di (auto-) trasformazione. Vale a dire, è una continua posta politica che mostra come si sviluppino in profondo l’azione ed il discorso collettivi.

Pensiamo che questa sia una trappola in cui diverse parti del movimento cadono: generalmente, quando sono alle prese con la relazione tra il politico ed il sociale e, specificamente quando stanno dibattendo sulle assemblee di quartiere. Queste ultime sono state spesso criticate come borghesi o interclassiste, scevre di contenuto politico reale o prive di vera «coscienza di classe». Non risponderemo qui in dettaglio, ma ci limiteremo ad alcune brevi osservazioni. In primo luogo non si possono giudicare processi sociali che includono sia militanti politicizzati e parti più ampie della classe che si stanno politicizzando per la prima volta usando termini ideologici astratti. In secondo luogo perfino se, in teoria, le condizioni della costituzione delle assemblee permettono (ossia non proibiscono espressamente) la partecipazione di micro-capi, nella pratica vediamo che non è questo il caso. Vale a dire, c’è qualcosa che previene o scoraggia attivamente la loro partecipazione. E – in terzo luogo – se guardiamo al ciclo di lotte di classe in anni recenti ai livelli del lavoro e della riproduzione, questo è ciò che osserviamo: che le assemblee di quartiere hanno partecipato a questo ciclo di gran lunga più della vasta maggioranza di soggetti politici collettivi (molti dei quali, nonostante innalzino la bandiera della «coscienza di classe», sono abituati ad assistere alle lotte da una distanza di sicurezza e col binocolo «proletario»). Ed infine, se aspettiamo che i soggetti della lotta parlino il linguaggio ideologico o teorico della lotta di classe, finiremo per considerare «proletari» e «detentori» della coscienza di classe solo quelli che concordano con le nostre vedute politiche, e non quelli che realmente sviluppano azioni competitive contro il capitale e le relazioni sociali capitaliste.

Le assemblee di quartiere si posizionano nel ciclo di lotte contro la politica della svalutazione con un percorso abbastanza comune e coerente, spesso come risultato delle loro mutue relazioni politiche. Ciò è stato fatto in due direzioni parallele, specialmente durante il periodo ’10-’13 e, fino a un certo livello, più di recente. La prima direttrice è stata la creazione di relazioni di lotta e solidarietà a livello locale, particolarmente attraverso vertenze e strutture attorno al costo della vita. Questa direttrice ha implicato lotte vertenziali sulla fornitura dell’elettricità, sul costo dei trasporti e dell’assistenza, ma anche allestimento di strutture di mutuo aiuto quali cucine collettive, bazaar di gratuità e ricambi, corsi di insegnamento integrativo per alunni ed ambulatori sociali. La seconda direttrice ha implicato la loro presenza organizzata ed assai spesso conflittuale a livello di strada come soggetti collettivi visibili, specialmente nelle manifestazioni di massa durante gli scioperi generali ad Atene; ma anche nelle manifestazioni a livello locale nell’evento degli scioperi generali come le marce attraverso il quartiere e poi verso il centro di Atene assieme ad altre assemblee; o bloccando i luoghi di lavoro nella stessa occasione. Nel complesso, diremmo che in quel momento i contenuti politici più centrali delle assemblee consistessero da una parte nell’incentivare il non pagamento dal basso e la solidarietà nella vita quotidiana e, dall’altra parte, il conflitto pratico con i dettati del capitale a livello centrale e regionale.

Da un po’ di tempo a questa parte, tale forma di attività delle assemblee si è ritrovata in crisi. La crisi delle assemblee di quartiere, che riguarda sia la loro forma che il contenuto, ci mostra che hanno compiuto un ciclo politico, il che non significa in alcun modo che siano politicamente in bancarotta o che abbiano cessato di produrre lotte. La loro crisi è ascrivibile sia a fattori oggettivi che soggettivi. Innanzitutto, l’approfondimento della crisi capitalista stessa e l’assenza di risultati pratici significativi dalla prospettiva delle lotte (nonostante la loro intensità e conflittualità) ha condotto molte persone alla frustrazione e lontano dai processi collettivi; e spesso alla prospettiva della vittoria elettorale di SYRIZA. La graduale e generale recessione dell’antagonismo sociale dal ’12 in avanti ha anche prodotto la presa di distanza di una parte del movimento dai processi collettivi aperti. Questa presa di distanza, in qualità di ritorno ad identità politiche rigide, ha assunto due forme principali: da una parte, la ricerca di risposte politiche entro processi ideologici chiusi e, dall’altra parte, l’arroccamento ideologico e la chiusura delle assemblee stesse, sebbene queste mantengano il loro carattere aperto. Per metterla più semplicemente, diverse assemblee sono state dissolte o sono poco produttive ed in molti casi vi partecipano meno persone e più politicizzate.

Qui cercheremo di considerare questa crisi delle assemblee dalla prospettiva delle lotte che le assemblee hanno effettuato in questi anni sui terreni della riproduzione e del lavoro. Ovvero, cercheremo di analizzare la loro crisi come un prodotto dei limiti che incontrano entro le lotte ed esplorare il superamento della crisi come una possibilità reale nelle lotte.

Vertenze come quelle contro la tassa di proprietà sull’elettricità ed i rincari dei costi del trasporto e della sanità sono state costrette a mettere il piede in due scarpe. Da un lato, hanno sviluppato una logica di azione diretta e di mobilitazione (quasi) quotidiana delle assemblee; e da un altro, vi è emersa una peculiare logica di delega emanata dalla posta in gioco della lotta. In altre parole, mentre le assemblee erano mobilitate a ritmo quotidiano per queste lotte, in cui la chiamata alla partecipazione era aperta e pubblica, molte persone le hanno trattate come i «Robin Hood» che sarebbero venuti a rivolvere il loro problema, sebbene in modo diretto e militante. Ciò è divenuto particolarmente evidente nel caso della tassa di proprietà quando, mentre ci sono stati davvero tanti appelli di emergenza a riconnettere la corrente elettrica, molte meno persone si sono unite alle assemblee. Ma sarebbe superficiale se non prestassimo attenzione al modo in cui queste due dinamiche si sono combinate. E sarebbe superficiale anche se dovessimo semplicemente aderire alla conclusione che «questa è la realtà, la gente vuole tutto pronto». Pensiamo che ci sia stato qualcosa nel modo in cui ci siamo comportati che non ha creato, ma in alcuni casi ha intensificato la delega. Da parte delle assemblee, l’attivismo e la propaganda dei fatti spesso sono sembrati prevalere sulla discussione sulla specifica tattica e strategia che ci avrebbero condotto alla vittoria. Nella maggior parte dei casi, abbiamo fatto appello alla popolazione di ricorrere alla disobbedienza civile e di rifiutarsi di pagare, senza considerare il modo di affrontare efficacemente lo stato stesso affinché queste lotte vincano, e senza ricercare quei processi che ci permettano di creare relazioni reali di lotta con il resto degli sfruttati. Come formiamo comunità di lotta che includano più persone rispetto a noi? Questa domanda è rimasta largamente implicita – o semplicemente corrisposta da un semplice «fatele venire all’assemblea». E qui sta un’altra questione rispetto al quanto le nostre procedure siano realmente aperte affinché diventino davvero di massa, con persone che vengano a soddisfare le proprie necessità in modo collettivo. Inoltre dato che queste lotte si imperniavano attorno ad agenzie statali, non abbiamo mai esplorato seriamente il modo in cui potessimo collegarci ai dipendenti di questi servizi, oltre le loro burocrazie sindacali e strutture corporative, e tentato congiuntamente di bloccare la ristrutturazione sia come dipendenti che utenti dei servizi. Una di queste scommesse è stata la connessione con i lavoratori dei trasporti durante l’inverno del ’10-’11, in cui anche essi stessi erano in lotta, e che non si è mossa oltre alcune relazioni politiche già esistenti.

Nei limiti in cui le strutture di solidarietà (cucine, bazaar, ambulatori ecc) siano interessate, le cose sono persino più complicate, dato che l’assenza di dibattito reale sul loro contenuto le ha condotte ad una grossa crisi di demassificazione e, in diversi casi, alla dissoluzione o all’integrazione. Sebbene siano state e siano importanti spazi quotidiani di condivisione e socializzazione per le assemblee, soddisfare i bisogni dei partecipanti non è stata la loro prima preoccupazione. Piuttosto hanno provato a colmare i vuoti creati dal welfare state al collasso, che lo avessero come obiettivo o meno. In breve, invece di orientarsi a soddisfare i bisogni (riproduzione materiale e socializzazione) della comunità di lotta, hanno provato a rivolgersi alla «società» nel suo insieme in una maniera generale ed astratta. Questo ha portato all’emersione di una serie di problematiche. Primo, che le nostre assemblee non possono colmare questo vuoto di riproduzione sociale persino se lo volessero. Secondo, che la «società» sceglie sempre, in ultima istanza, coloro che lo fanno meglio (cioé chi detenga l’infrastruttura, il denaro ed il sostegno per farlo) come le amministrazioni comunali, la chiesa, le ONG o in alcuni casi perfino i fascisti (solo per i greci ovviamente…). Terzo, si finisce per offrire lavoro non retribuito per aree di produzione sociale da cui lo stato si ritira invece di richiedere l’estensione del salario sociale con attitudine militante e con un contenuto di classe. Che significa che invece di recuperare costantemente ulteriori terreni dallo stato sulla base della soddisfazione dei nostri bisogni collettivi e del cambiamento dell’equilibrio di forze contro le relazioni di sfruttamento esistenti, finiamo spesso per riprodurre logiche di «volontarismo in termini umanitari» anche se non è questa la nostra intenzione. Pensiamo che queste contraddizioni delle strutture di solidarietà siano la ragione per cui, entro certi limiti, queste ultime diventino forme di autogestione della povertà su piccola scala. Inoltre non è una coincidenza che qualsiasi struttura che non fosse relazionata ad assemblee con caratteristiche anti-istituzionali o antiautoritarie maggiormente chiare si sia legata al carrozzone politico di SYRIZA (in forme come «Solidarity for all»), ricercando legittimità politica e finanziamenti indiretti da parte del governo (ora che SYRIZA è arrivata al potere).

Rivolgendoci ora al campo delle lotte nei posti di lavoro vediamo che i gruppi locali, gli squat, ecc, hanno accumulato un’esperienza di conflitto piuttosto significativa con il capitale che riguarda specifici interessi di classe in molte aree del settore privato e pubblico. In un certo senso ciò suggerisce un superamento qualitativo del modo in cui le forme politiche del contesto antiautoritario sono state tradizionalmente coinvolte nella lotta di classe, vale a dire dalla condanna ideologica, generica ed astratta, della schiavitù del salario; senza territorializzarsi in lotte specifiche e senza connessioni a parti della classe più ampie. Le assemblee di quartiere, dall’altro lato, spesso in collaborazione con sindacati e collettivi, in molti casi si sono impegnate in termini di lotta quotidiana nelle vertenze dirette dei lavoratori. Ci sono molti esempi. Nel settore privato, hanno per lo più intrapreso lotte per recuperare i salari non pagati, come nell’istituto di formazione privato Anelixi di Iliopoli, all’ufficio spedizioni ACS di Alimos, al risotrante fast food Gamato di Zografou, alla libreria Euripides di Halandri, allo Scherzo café di Maroussi, alla tutela dello sciopero alla compagnia di telefonia mobile Wind, ai supermercati AB di Holargos e in diversi altri casi che sono oltre la nostra portata o che non conosciamo affatto. Andrebbe anche notato che le assemblee di quartiere si sono sobbarcate, assieme ai sindacati di base, una parte molto importante della dimostrazione di solidarietà allo sciopero dell’azienda metallurgica di Chalyvourgia e della lotta contro l’abolizione del riposo domenicale; in entrambi i casi partecipando agli appelli centrali per lo sciopero e bloccando le operazioni dei negozi a livello locale. Nel settore pubblico, dall’altro lato, c’è stata una forte partecipazione di gruppi locali, squat, ecc. della parte orientale di Atene allo sciopero del personale amministrativo dell’Università di Atene: contro i licenziamenti e la mobilità, a tutela del campus universitario durante lo sciopero, e nelle mobilitazioni nello stesso periodo – che sono state effettuate assieme agli impiegati dei sub-appaltatori responsabili dell’alimentazione degli studenti che vivevano nel campus. Oltretutto, diverse assemblee sono state coinvolte nelle proteste contro il lavoro temporaneo «caritatevole» per il settore pubblico, come nel caso della municipalità di Kaisariani e nelle proteste al di fuori della sede generale del servizio statale per la disoccupazione ad Alimos.

In queste lotte, sebbene vi fossero differenze significative tra di esse, le assemblee di quartiere di solito sono apparse come solidali, mentre la priorità restava sul lato dei sindacati o dei collettivi di lavoratori. Ciò apre un’importante tematica. La mia opinione è che da un lato questa impressione sia superficiale riguardando la realtà delle lotte stesse e che, dall’altro lato, proprio la stessa identità di «solidali» mistifichi il contenuto della partecipazione delle assemblee in queste lotte. Sosteniamo che molte di queste lotte non avrebbero potuto essere effettuate (o vinte) senza il coinvolgimento diretto delle assemblee e che l’identità di «solidale» in molti casi non ha permesso alle assemblee di connettersi come comunità di classe in lotta ad un livello diretto ed efficace con i lavoratori. Partiamo dal principio. In molte di queste lotte, specialmente nel settore privato ed in quelle in cui lo scrivente di questo testo era direttamente coinvolto, venivano formate assemblee di solidarietà costituite di solito da lavoratori del corrispettivo sindacato di categoria o da collettivi di lavoratori e da una o più assemblee di quartiere. Ogni volta che viene data una lotta, ciò che immediatamente c’è in gioco è chi la sostenga, cioé quanti vi si impegnino quotidianamente. Questa non è una questione tecnica, cioé di termini di quantità dei partecipanti, ma politica. In molti casi le assemblee sono apparse come «l’esercito di riserva locale della solidarietà», mentre di fatto si sono fatte carico del processo quotidiano della lotta: costruendo relazioni con gli impiegati a livello di quartiere, socializzando ed aprendo la lotta a livello locale, partecipando in massa alle mobilitazioni locali. E’ il momento in cui discerniamo alcune delle debolezze oggettive e soggettive della tradizionale rappresentanza sindacale della classe, persino nella sua versione autorganizzata. Nonostante l’esperienza, militante ed utile, dei sindacati di base nella vertenzialità industriale, dobbiamo rispondere onestamente alla domanda su cosa in definitiva faccia vincere una lotta, o almeno produrre questa in termini reali. Quali processi sono in campo per intervenire efficacemente sul posto di lavoro? Può quest’intervento essere solamente di natura settoriale o necessita di contenuti sociali e di classe più ampi? Chi esercita effettivamente pressione reale sugli ispettori del lavoro o durante i blocchi dell’attività economica in ultima istanza – la forma sindacale ufficiale o la presenza di massa, la determinazione e la connessione con parti più ampie della classe che vivono o lavorano nella zona? Queste domande non suggeriscono una risposta che dica che le assemblee di quartiere possano sostituire l’intervento nei luoghi di lavoro; ovviamente ciò non significa, tuttavia, che i sindacati siano necessariamente in grado di farlo da sé.

Invece, proviamo a porre qui una domanda che veramente riguarda le assemblee stesse. Il considerarsi esse stesse «solamente» come solidali anziché come eguali protagonisti di queste lotte, cioé comunità di classe in lotta che costruiscono relazioni a livello locale – produce una serie di limiti e contraddizioni che limitano il contenuto effettivo della loro partecipazione alle lotte dei lavoratori. Vediamo che, sebbene le persone delle assemblee di quartiere siano estremamente decise a relazionarsi, in termini reali, alle lotte dei lavoratori come solidali dall’altro lato non sembrano pronte a dedicarsi ad una tale lotta in prima persona. In breve, sembra che queste relazioni collettive e questi contenuti collettivi entro le assemblee non si siano sviluppati abbastanza per far sì che le persone che vi abbiamo partecipato inizino a considerare quali siano i loro bisogni e problemi. La maggioranza dei partecipanti delle assemblee si muovono di solito nella zona grigia tra insicurezza/flessibilità e disoccupazione, altri non sono stati pagati per mesi o non hanno l’assicurazione, ma non abbiamo visto lotte sorgere dalle assemblee per soddisfare le necessità dei loro membri. Così qui appare la contraddizione concernente il fatto che abbiamo ricercato la lotta di classe da qualche parte al di fuori di noi stessi come soggetti sfruttati. Ci sono molti modi di interpretare questa contraddizione, ma qui ci limiteremo a due cose. In primo luogo, c’è sempre la sfida di superare la logica tradizionale dei ceti politici che scelgono di aprire le vertenze in termini di campagne politiche piuttosto che il coinvolgimento personale/collettivo diretto come soggetti sociali e di classe. In secondo luogo, abbiamo bisogno di costruire tali relazioni comunitarie collettive e condivisione che ci diano la fiducia necessaria per combattere direttamente sapendo che i nostri compagni lotteranno con noi fino alla fine. In ogni caso, il modo in cui si effettuano le lotte dalla propria posizione influisce sul modo in cui si affiancano le lotte degli altri. Per dirla in altro modo, sebbene queste lotte abbiano un contenuto di classe diretto, la maggior parte delle volte le assemblee hanno partecipato a queste lotte con l’identità dei soggetti politicizzati del quartiere, non come lavoratori/disoccupati che affrontavano problemi simili, e alla ricerca di modi per connettersi assieme come comunità di lotta.

Riassumendo le istanze che abbiamo sollevato, diremmo che per noi le assemblee di quartiere sono comunità di lotte che sono ora in recessione continuando tuttavia a produrre lotte nei campi della riproduzione sociale e nello sfruttamento della manodopera. Se hanno conseguito qualcosa di importante nell’ultimo ciclo di lotte, nella nostra opinione, questo è stato la socializzazione della lotta di classe ad un livello territorializzato e la ricomposizione di parti della classe in termini di lotta. Entrambe, ovviamente, sono state conseguite in un modo parziale e contraddittorio – vale a dire che esse non rappresentano che un relativo superamento dei limiti delle forme politiche o sindacali tradizionali rimanendo in una certa (significativa) misura prigioniere delle logiche tradizionali di intervento politico. Se non ripensiamo collettivamente ciò che abbiamo fatto finora e non proviamo ad imparare dai nostri sbagli e limiti, non riusciremo né ad analizzare i nostri limiti né a renderci conto del nostro potenziale. Non riusciremo, in ultima istanza, a tenere vive e ad espandere le relazioni di solidarietà e lotta che abbiamo creato nel corso degli anni, o a difenderle dalla frustrazione, dal riflusso, dalla ghettizzazione e dall’integrazione.

peter poor

Giugno 2015

 

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